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I Club UNESCO per lo "Scudo Blu"

Lo "Scudo Blu" è il simbolo della Convenzione dell’Aja del 1954 che protegge i beni culturali in guerra e nelle altre situazioni di rischio; anche se da sempre la sua applicazione è demandata alla responsabilità e alla cura dell’UNESCO, da alcuni anni (1996) è in corso di organizzazione sotto l’egida della stessa UNESCO un nuovo soggetto giuridico internazionale, il "Comitato Internazionale dello Scudo Blu" composto dalle quattro ONG professionali della cultura: ICOM, ICOMOS, ICA e IFLA, in collaborazione con l’ICCROM e altre istituzioni del settore.

La Federazione Italiana dei Club UNESCO aderisce al progetto a livello nazionale dal 2004, anno in cui si è svolto a Torino il primo Blue Shield meeting, nel corso del quale la FICLU è stata rappresentata dalla Vicepresidente Maria Paola Azzario Chiesa (Presidente del Centro UNESCO di Torino).

Il 14 dicembre 2009 si è svolto a Sanremo presso l'Istituto internazionale di Diritto Umanitario un importante seminario internazionale in materia, alla cui organizzazione e promozione hanno collaborato sia il Club UNESCO di Sanremo che la Federazione; la Presidente della FICLU Marialuisa Stringa ha inviato al coordinatore del meeting Dr. Massimo Carcione un caloroso messaggio di sostegno.

Il Club di Alessandria da tempo collabora attivamente a questa iniziativa, in particolare tramite l’attività del Dott. Massimo Carcione, che aveva collaborato già dal 2000 a questo progetto coordinando le iniziative per la costituzione dello "Scudo Blu Italiano" (con sede presso la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO), organizzando il Blue Shield Meeting del luglio 2004 e curando gli aspetti scientifici del "Centro di documentazione sulla protezione dei beni culturali", unico sito web specializzato sul tema in Italia.
Dal 2005 al 2008 ha inoltre partecipato alle conferenze internazionali che sono svolte presso la sede dell’UNESCO a Parigi per celebrare il 50° anniversario della Convenzione del 1954 e per avviare la concreta attuazione del II Protocollo aggiuntivo del 1999, con la nascita del "Comitato Internazionale per la protezione dei beni culturali in guerra". Ai lavori di quest'ultimo organismo ha svolto dal 2006 il ruolo di Head of delegation dell'ICOMOS, l'organizzazione che da anni svolge il ruolo di advisory body dell'UNESCO anche per la Lista del Patrimonio mondiale dell'Umanità (Convenzione di Parigi del 1972).

Visita la pagina dell’UNESCO su questo tema


Su questa esperienza sono stati pubblicati, grazie alla disponibilità del "Giornale dell'Arte", alcuni articoli:

il giornale dell'arte

Serve una Croce Rossa dei beni culturali
di Massimo Carcione

Poco meno di un anno fa, il 26 ottobre 2005, i rappresentanti degli Stati riuniti nel Palazzo dell’UNESCO a Parigi hanno dato avvio al procedimento di attuazione della nuova normativa internazionale per la protezione dei beni culturali nelle situazioni di rischio (secondo Protocollo de L’Aja del 1999, aggiuntivo alla Convenzione del 1954), eleggendo un Comitato per la protezione dei beni culturali nei conflitti armati che ora si sta insediando e cominciando a lavorare, auspicabilmente con la stessa efficacia dimostrata dall’omologo Comitato del Patrimonio Mondiale già operante presso l’UNESCO dal 1972.

Che si trattasse di un aspetto fondamentale e delicatissimo nel complesso settore della tutela dei beni culturali, storicamente in grave pericolo in ogni situazione di guerra e di calamità, lo si sapeva da sempre: basti pensare all’antico diritto di preda e alla piaga sempre attuale del saccheggio, come pure ai “problemi esistenziali” della protezione civile in ambito culturale, già evidenziatisi fin dall’alluvione di Firenze del 1966.

Ma le crisi del Golfo, il tragico conflitto nell’ex-Jugoslavia, la sconfortante vicenda dei Buddha di Bamiyan (Afghanistan) e, più di recente, il clamoroso saccheggio del Museo Archeologico di Baghdad hanno messo ancor di più il dito sulla piaga; nello stesso tempo gli incendi della Fenice, del Petruzzelli e della Sindone, il terremoto in Umbria e Marche e le tante alluvioni hanno evidenziato che c’è ancora molto da fare e proprio per questo, accanto agli Stati e all’UNESCO, abbiamo un gran bisogno – in tempo di guerra come in pace - di una seria e indipendente organizzazione internazionale, che molti invocano da decenni come la “Croce Rossa dei Beni culturali”.

Per rispondere a queste necessità, adesso l’UNESCO può applicare le nuove norme (che sono entrate in vigore dal 9 marzo 2004) e tra queste, in particolare, le disposizioni che riconoscono e garantiscono il ruolo e le competenze dell’ICBS – International Committee of the Blue Shield, organismo nato dieci anni fa dalla collaborazione tra ICOM, ICOMOS, IFLA e ICA, che aveva tenuto proprio in Italia – nel luglio del 2004 – il suo primo meeting mondiale concludendolo con l’approvazione della Torino Declaration.

Ma per capirci bene è indispensabile una precisazione: nessuno può pretendere, a soli due anni dal suo riconoscimento, che l’ICBS sia già in grado di intervenire “sul campo di battaglia” per evitare la distruzione dei beni culturali o anche solo per garantirne il restauro dopo la catastrofe, e non solo perché sono compiti propri degli Stati e dell’UNESCO: si deve purtroppo accettare, infatti, la triste realtà che ben poco si può fare una volta che la crisi è esplosa. Il che non significa che non si possa agire in via preventiva per “salvaguardare” il Patrimonio culturale, così come prevedono l’art. 3 della Convenzione del 1954 e l’art. del Protocollo del 1999, predisponendo in tempo di pace “tutte le misure appropriate contro gli effetti prevedibili” di un conflitto armato come di una calamità, e quindi “la preparazione di inventari, la pianificazione delle misure d'urgenza per assicurare la protezione dei beni culturali mobili contro il rischio d'incendio o di crollo dell'edificio, la preparazione o la messa in situ di protezione adeguata e la designazione dell'autorità competente responsabile della salvaguardia dei beni culturali”, oltre naturalmente alle relative attività di informazione, sensibilizzazione e formazione del personale civile e militare, dipendente e volontario, che dovrebbe essere coinvolto.

Ed è soprattutto qui che l’UNESCO ha sinora fallito, mentre la nuova Organizzazione potrebbe porre le basi per la concreta tutela di tutti i beni culturali a rischio, non solo nelle situazioni eccezionali ma anche nella quotidianità: in questo senso va anche la prima parte dell’art. 29 del nostro Codice del Beni culturali, trascurata dal dibattito degli esperti, che sancisce il principio secondo cui “La conservazione del patrimonio culturale è assicurata mediante una coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione, manutenzione e restauro. Per prevenzione si intende il complesso delle attività idonee a limitare le situazioni di rischio connesse al bene culturale nel suo contesto. Per manutenzione si intende il complesso delle attività e degli interventi destinati al controllo delle condizioni del bene culturale e al mantenimento dell’integrità, dell’efficienza funzionale e dell’identità del bene e delle sue parti”. Forse ai non addetti ai lavori possono apparire cose scontate, ma sappiamo bene quanto sia difficile attuarle veramente: così come possiamo immaginare quale ricaduta economica garantirebbe la loro ralizzazione.

E dunque cosa fa l’Italia? Noi che siamo la patria del diritto, e quindi anche delle norme di tutela dei monumenti e delle opere d’arte, ci vantiamo in ogni occasione di ospitare una percentuale altissima dei beni culturali del mondo: non si sa bene su che base oggettiva, dal momento che i siti italiani iscritti nella Lista del Patrimonio dell’Umanità al 2005 sono solo 40 (seppure per la maggior parte multipli), su un totale di 812 in 137 diversi Paesi del mondo. Ovviamente non ci eravamo lasciati sfuggire l’occasione di promuovere, insieme all’Olanda, l’approvazione del Protocollo del 1999; ma poi, come era già accaduto per 50 anni alla Convenzione del 1954, ce ne siamo totalmente dimenticati: da anni l’iter di ratifica è fermo, ufficialmente per problemi giuridici ed economici, ma nessuno se ne cura malgrado gli appelli delle molte istituzioni, organizzazioni e associazioni riunite nel “Comitato Italiano dello Scudo Blu”.

Risultato: l’Italia assente alla Conferenza del 2005, nessun rappresentante italiano nel nuovo Comitato, mentre lo Scudo Blu Italiano, istituito dal 2003 con sede a Roma presso la Commissione Nazionale italiana per l’UNESCO (vi aderiscono, oltre alle quattro OnG internazionali, anche Italia Nostra, Legambiente, la Federazione dei Club UNESCO e l’Osservatorio PBC di Napoli) è da due anni in attesa del riconoscimento governativo, il cui ritardo rende difficile ogni seria sinergia con i naturali interlocutori pubblici: l’ICR, l’Opificio delle Pietre Dure, il Comando Tutela Beni culturali dei Carabinieri, i Vigili del Fuoco e tutta la Protezione Civile.

Nel frattempo, in compenso, l’ex-Ministro Urbani aveva annunciato al mondo intero, con una certa dose di supponenza e approssimazione, l’accordo con l’UNESCO per la costituzione degli ormai mitici “Caschi Blu dei beni culturali”: peccato che oggi se ne trovi attestazione solo nei comunicati stampa, tanto che lo stesso Dipartimento della Protezione Civile - in un documento ufficiale, facilmente reperibile in rete, che porta l’intestazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri – dichiara con un certo imbarazzo: “benché il personale del DPC sembra coinvolto in prima persona nella costituzione di queste squadre, le uniche notizie in nostro possesso riguardo a questo tema sono ricavate da Internet” (!).

Sarebbe stata indubbiamente una delle migliori barzellette dell’ex Premier, se non fosse che, purtroppo, è tutto vero….

 

IL GIORNALE DELL'ARTE - OTTOBRE 2006

 

Le ONG aiuteranno l’UNESCO se la politica la blocca
di Massimo Carcione

Si è svolta l’11 giugno, nella sede dell’UNESCO a Palace de Fontenoy (Parigi), la riunione del nuovo “Comitato per la protezione dei beni culturali nei conflitti armati”, sospesa dopo la prima sessione del 26 ottobre scorso: il rinvio era stato chiesto dai dodici componenti per avere il tempo di studiare a fondo la bozza di Linee guida predisposta dal suo Segretariato, ma soprattutto di acquisire le molte osservazioni e proposte degli Stati firmatari del secondo Protocollo de L’Aja del 1999 e delle Organizzazioni non Governative professionali del settore.

È stato confortante constatare che anche l’Italia ha contribuito ufficialmente, con alcune osservazioni e proposte, a questo importante processo, nell’attesa che il Parlamento provveda a ratificare il protocollo internazionale che ne sta alla base, superando i problemi di compatibilità con le nostre norme nazionali in ambito giudiziario e militare che l’hanno bloccato per otto anni.

La pausa di riflessione di qualche mese è dunque servita a raccogliere le idee e a valutare la proposta dell’UNESCO, ma anche a integrarne e migliorarne il testo, che sin dalla prima lettura era apparso ai più decisamente vago e carente: infatti mancavano soluzioni operative concrete su molti aspetti essenziali per un’efficace azione di tutela a livello internazionale ma anche “sul terreno” in tutte le situazioni di conflitto armato o comunque di rischio per il patrimonio culturale; ricordo in particolare che dovrà essere creata una nuova Lista internazionale dei monumenti di grande importanza per l’Umanità - da tutelare in modo particolare - per la quale saranno presto definite e rese note le procedure di candidatura e di iscrizione.

Il nuovo Comitato lavorerà tutta l’estate allo studio di nuovi strumenti giuridici e tecnici per colmare finalmente, dopo oltre cinquant’anni di difficoltà, carenze e sconfitte (il Ponte di Mostar è stato il caso forse più noto ed emblematico), il gap di salvaguardia e protezione di cui hanno sofferto i beni culturali nel corso dei conflitti armati della seconda metà del XX secolo, nonostante la Convenzione de L’Aja del 1954 che non aveva purtroppo saputo trarre i dovuti insegnamenti dalla terribile esperienza della Seconda guerra mondiale.

È giunto il momento di abbandonare gli atteggiamenti formalistici e “burocratici” ed anche gli eccessivi tecnicismi, per mettere in campo quello che davvero serve in situazioni tanto difficili e pericolose: innanzi tutto cuore ed entusiasmo, e poi impegno concreto e autorevolezza indiscussa, tutte virtù che certamente l’UNESCO possiede ma che purtroppo non è riuscita quasi mai a far pesare e apprezzare nelle tante occasioni passate o recenti di guerra come in Cambogia o in ex-Jugoslavia, nel Libano o in Iraq. In questo senso un segnale molto positivo e del tutto condivisibile è costituito dal fatto che questo settore di attività è stato ora affidato al World Heritage Centre (WHC) diretto dal nostro Francesco Bandarin, che potrà mettere in campo il suo staff tecnico e tutta la sua esperienza.

Ma non si deve dimenticare il vero problema, e cioè che per intervenire tra le parti in guerra a tutela dei beni culturali sono indispensabili indipendenza politica e assoluta neutralità, caratteristiche che ad esempio contraddistinguono dal 1864 la Croce Rossa Internazionale ma che sono diventate anche “principi fondamentali” del ben più recente (è stato fondato nel 1996) Comitato Internazionale dello Scudo Blu - ICBS; purtroppo però nei confronti dell’Unesco e del Comitato mondiale la nuova ONG internazionale ha per ora soltanto una limitata funzione di consulenza e proposta, ingessando nel ruolo di semplici Osservatori le organizzazioni di prestigio mondiale che ne fanno parte come l’ICOM o l’ICOMOS. Mentre invece tutti sanno che, ad esempio, proprio quest’ultimo organismo non governativo (il Consiglio Internazionale per i Monumenti e i Siti) è impegnato da molti anni come braccio operativo della stessa UNESCO, cui garantisce il proprio supporto tecnico per le procedure di ammissione alla celeberrima Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità: una funzione che può essere svolta solo grazie alla disponibilità e alla competenza professionale di migliaia di esperti di tutto il mondo che aderiscono all’ONG.

Non vorrei però dare la sensazione di una contrapposizione tra le ONG e l’Unesco: avendo avuto la fortuna di vivere in diretta fin dal 2005 i primi passi del nuovo “Comitato 1999” – nella veste di Head of delegation della stessa ICOMOS alle Conferenze di Parigi – posso testimoniare la volontà e l’impegno di collaborazione e di reciproco sostegno tra gli organismi internazionali, che hanno soltanto bisogno degli strumenti giuridici e tecnici moderni e adeguati, sinora assenti.

Nessuno discute infatti il primato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura nella gestione delle crisi e delle procedure internazionali, nel rapporto con gli Stati sovrani e con gli altri soggetti della comunità internazionale, a partire dalla verifica del rispetto delle norme per promuovere l’auspicabile repressione di ogni violazione grave dell’immunità di monumenti e opere d’arte, riconosciuta ormai da anni come crimine di guerra e contro l’Umanità.

Ma in tutte quelle circostanze in cui serve anche una presenza operativa, capillare e indipendente di esperti e operatori, in grado di muoversi rapidamente e con efficacia in zona di guerra, non possono bastare le qualificatissime ma rare missioni tecniche dell’Unesco, un’organizzazione che purtroppo non dispone (al contrario della Croce Rossa) di una propria rete capillare di sedi nazionali e locali, adeguata ad affrontare in loco e tempestivamente le situazioni di emergenza.

Senza contare le frequenti occasioni in cui si aggiungono questioni diplomatiche o politiche, veti incrociati, diffidenze e macchinosità, che da sempre bloccano o comunque rallentano – non certo per sua colpa - l’azione dell’Unesco, così come avviene per le Nazioni Unite. Una voce ben più autorevole della mia, quella di Patrick Boylan (massimo esperto dell’Unesco in materia) affermava già nel 1993 che “le ONG possono svolgere un ruolo molto importante fornendo un aiuto diretto” proprio nei molti casi in cui l’intervento degli Stati e dell’Unesco non è possibile, perchè scatenerebbe “conseguenze politiche inevitabili”: dunque non ci resta che sperare che, almeno questa volta, la conservazione del patrimonio culturale mondiale sia più importante delle convenienze politiche.

Lo vedremo entro la fine dell’anno, alla nuova Conferenza degli Stati firmatari delle Convenzioni, alla quale forse sarà presente a pieno titolo - sono state già state date autorevoli assicurazioni in tal senso - anche l’Italia, che avrebbe tutte le carte in regola per entrare subito a far parte del Comitato ed anche, in un futuro non lontano, prenderne la guida.

 

IL GIORNALE DELL'ARTE - SETTEMBRE 2007


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